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La Storia

Il motivo per cui una tipica pianta americana quale è la Simmondsia o Jojoba porti come indicazione della specie la definizione di chinensis è abbastanza singolare e si ricollega alla difficoltà che talora hanno avuto i botanici nel classificare correttamente una pianta.
Nel 1821 il tedesco H.F. Link, nel classificare un erbario da lui raccolto In Cina, catalogò una delle piante trovate con il nome di buxus chinensis e ne riportò il nome nel volume “Enumeratio Plantarum” (G. Reimer, Berlino, 1821-22). Link aveva commesso la doppia svista di definire chinensis una pianta originaria d’America e di averla classificata nel genere Buxus. Ma anche Nuttall non ne chiarì la classificazione definendo la Simmondsia come simile al genere Garrya e inquadrandola nella famiglia delle Euphorbiaceae.
Ventidue anni piu tardi T. Nuttall osservò un tipo analogo di pianta nei dintorni di S. Diego (California) e la definì Simmondsia californica Nutt, riferendone sul “London Journal of Botany” (“On Simmondsia, a new genus of plants from California”, 3, 400,1844).

Verso la fine del XIX secolo i botanici inquadrarono la Simmondsia nella famig!ia delle Buxaceas, non tutti furono daccordo. Nel 1897 P. Van Tieghem, in un suo articolo propose addirittura la apposita famiglia delle Simmnondsiaceae, composta dall’unico genere Simmondsia e della sola specie californica.

Novecento

Ai primi del ‘900 la pianta venne definitivamente classificata da C.K. Schneider il quale, riprendendo in parte la iniziale definizione di Link (e quindi perpetuandone l’errore) la chiamò Simmondsia chinensis (Link) C.K. Schneider, Buxaceae. Fin qui gli aspetti tassonomici.
Sta di fatto che la pianta era ben nota gia’ in epoca pre-colombiana agli indiani del Sud-Ovest del continente americano (c’è chi addirittura la indica come conosciuta dagli antichi Atzechi). Cresceva in abbondanza allo stato spontaneo in Arizona, California del Sud e adiacenti zone messi-cane, occupando quella vasta area che si identifica col deserto di Sonora. Gli indiani la chiamavano “Hohowi”, come si trova riferito nel testo di E.F. Castetter e R.M. Underhill “Ethnobiology of the Papago Indians”. Con l’arrivo dei conquistatori europei il nome venne spagnolizzato in Jojove, Jojobe, Jojoba (Hohoba). Il primo a citare la Jojoba in Europa fu F.J. Clavijero la cui “Storia della California” venne stampata in italiano da M. Fenzo a Venezia nel 1789. Nel testo è scritto che “La Jojoba è uno dei più preziosi frutti della California” e vengono citate le qualità dell’olio estratto dagli indiani dai semi di Jojoba, gli usi medicinali e cosmetici (che i locali facevano per curare ferite e scottature, per la cura estetica della capigliatura e per il massaggio del corpo) oltre all’impiego culinario. Gli indiani usavano alimentarsi con i semi di Jojoba anche facendoli abbrustolire, così come oggi noi gustiamo i semi di arachide tostati.
Per ricavarne l’olio essi facevano bollire i semi in acqua raccogliendo poi l’olio che vi galleggiava. Secondo alcune fonti queste informazioni vennero trasmesse a Clavijero dal missionario spagnolo Junipero Serra che frequentava gli indiani; altri invece identificano in un prete gesuita direttamente il Clavijero che quindi avrebbe raccolto di prima mano le notizie poi pubblicate.

Per tutto il 1800 non si ebbero altre informazioni. Agli inizi del ‘900 si interessò alla Simmondsia il governo francese che provvide a far piantare un certo quantitativo di semi messicani in Nord Africa, ricavando ne, a quanto dice E.J. Wickson in una sua mempria del 1903, dell’olio su cui vennero fatti alcuni esami. Di tali esperimenti non è però rimasta traccia in letteratura.
I primi studi sul possibile impiego farmaceutico furono fatti nel 1907 da C.M. Roehr che ne tentò anche un esame analitico. Di quegli anni è l’iniziativa presa dalla Stazione di Agricoltura Sperimentale della California di distribuire semi di Simmondsia agli agricoltori per tentarne la coltivazione anche al di fuori del normale habitat della pianta spontanea. Negli anni seguenti la pianta fu talvolta coltivata (o trapiantata) come arbusto sempreverde decorativo per giardini pubblici, in alcuni parchi dell’Arizona e della California.
Negli anni ’30 ne venne tentata – senza successo – la piantagione in Argentina, come riferisce C.F. Saunders in uno dei primi documenti moderni sulla Simmondsia. Nello stesso periodo anche la Germania mostrò interesse al prodotto importando un certo quantitativo di semi dal Messico. Di questa iniziativa non vi è però alcun riferimento in letteratura.
I tempi erano maturi per un approfondimento chimico. E la parte storica della Jojoba si conclude con il 1933, anno in cui RA. Greene e E.O. Foster determinarono per la prima volta alcuni componenti dell’olio e stabilirono che si trattava di una cera e non di un trigliceride. Da allora gli studi botanici, agronomici, chimici, farmacologici e tecnologici sulla Simmondsia si sono moltiplicati, soprattutto grazie ai lavori di T.G. Green, RS. McKinneye G.S. Jamieson, N.T. Mirov, P.M. Daugherty e H.S. Gentry fra il 1936 ed il 1958.

Giorni nostri

Negli anni a noi più vicini, svariati lavori sono stati svolti soprattutto da T.K. Miwa, sfociati nel 1976 in un Convegno internazionale da questi promosso per lo studio delle cere liquide e solide di Jojoba, tenutosi a Ensenada, Messico.
Di Miwa sono anche i primi lavori sul possibile impiego dell’olio di Jojoba in campo cosmetico, apparsi sin dal 1975 e successivamente sviluppati dai giapponesi T, Masayuki e K. Takeshi. Grazie a questi studi il Giappone è oggi il principale consumatore di Jojoba In campo cosmetico.
Di fondamentale importanza, infine, sono stati i lavori di J. Wisniak che, fra il 1975 e 1977 hanno portato lo Stato di Israele ad avviare coltivazioni intensive di Simmondsia nel deserto del Negev. A partire dagli anni ’80 la Simmondsia e’ stata introdotta anche in Italia ove sono state avviate coltivazioni sperimentali in Puglia ed in Sardegna.

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